NIGER 2006
Da una vita non aggiorno il blog, è giunta l’ora e mi accingo a farlo.Non sapendo da dove iniziare comincerò a inserire un po’ di foto del viaggio. Sono partito dall’Italia con tre amici e una Range Rover
acquistata apposta per l’occasione con la quale abbiamo attraversato la Tunisia, l’Algeria e infine finalmente il Niger.
In Algeria visitiamo la città di Ghardaia, costruita su roccia con i vicoli che salgono verso la sommità intersecandosi l’un l’altro in modo tale che l’aria venga incanalata e rinfreschi le case. 




































































In Niger abbiamo preso una guida e seguendolo siamo partiti dalla magica Agadez, abbiamo attraversato il Tenerè non senza prima essere stati a Gadafoua nel cimitero dei dinosauri dove abbiamo visto decine di resti di scheletri perfettamente conservati dalla sabbia che li ha ricoperti per milioni di anni. Abbiamo attraversato il Tenerè toccando l’oasi di Fachi, Bilma con le sue coloratissime saline. Proseguiamo per Dirkou, cittadina abbastanza estesa immersa in un palmeto dove tutti sono indaffarati, all’uscita della città sotto un capannone vediamo raggruppati molti neri, evidentemente prigionieri dei militari, le parole di Fabrizio Gatti lette in uno dei suoi reportage mi tornano alla mente e mi assale la tristezza (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2005/03/17/060espulsi.html.)
Le rovine di Jado appaiono all’orizzonte su una roccia che domina un malsano specchio di acqua salmastra infestato dalle zanzare, gli abitanti hanno da tempo abbandonato la città dopo essere stati decimati dalla malaria.
Proseguiamo per Jaba, l’arco di Orida,Chirfa.
Attraversiamo il Tenerè verso ovest, le magiche e altissime dune del Temet ci accolgono sono d’una bellezza indescrivibile come sfondo ci sono le rocche scure dello Chiriet, il contrasto è straordinario.
Le sorprese non sono terminate, arriviamo ad Arakao,lo spettacolo è impressionante, le dune altissime si spingono attraverso le chele del granchio nella caldera di quello che una volta era un vulcano e si stagliano contro le rocce scure.
Ripartiamo e arriviamo a Timia, oasi dell’Air, è un susseguirsi di orti coltivati e alberi da frutta ma che è? Il paradiso terrestre?
La strada per Agadez dove concluderemo questo splendido viaggio è disseminata di piccoli villaggi tuareg composti da caratteristiche zeribe. Ma ora lasciamo parlare le immagini…..
Mauritania,
il deserto che deserto non è
testo di PIETRO VIVENZI
foto di PIETRO VIVENZI e SERGIO BETTINI
Itinerario effettuato dal 15.10.2004 al 16.11.2004, partenza da Brescia e ritorno a Brescia.
partecipanti : Pietro Vivenzi e Carla Caprini Def 90 Td5
Riccardo De Silva e Sara Cainero Toyota HZJ75
Sergio Barili e Sergio Bettini Def 110
Silvano Cozzi Toyota HILUX
Giorni trascorsi in Mauritania :18 , dal 22.10 al 8.11
Percorsi in totale 11.000 km di cui 4500 in Mauritania
Bibliografia…..
-Cyril Ribas & Silvie Beallet , LA MAURITANIE AU GPS
-Attilio Gaudio, MAURITANIA, Polaris 2002
-Nelson Z.,Lorenza S.,Cristiano R.,Felice D , MAURITANIA LE ANTICHE CITTA’ CAROVANIERE E LE LORO BIBLIOTECHE, ( il resoconto di questo viaggio è consultabile in internet, noi abbiamo utilizzato le tracce adattandole al nostro percorso, colgo l’occasione per ringraziare gli autori).
Il VIAGGIO
Sabato 16 Ott. GENOVA-BARCELLONA
Domenica 17. BARCELLONA-TARIFA
Lunedì 18. TARIFA-TANGERI-MARRAKECH
Martedì 19. MARRAKECH-TAN TAN plage, per sostare la notte, in alternativa dopo circa 90 km e poco prima del villaggio di Akhfenir, l’ottimo campeggio “ la Courbine d’Argent “ www.lacourbinedargent.com
Mercoledì 20 TAN TAN plage – DAHKLA
Giovedì 21. DAHKLA – Frontiera Mauritana, ultima possibilità di rifornimento al distributore situato a circa 80 km dalla frontiera.
Formalità burocratiche sbrigate in circa due ore.
Prendiamo la pista per Nouadhibou che abbandoniamo non appena oltrepassato il binario del mitico treno che fa la spola tra Nouadhibou e Zerouate, rotta est verso Choum, la strada inizialmente è asfaltata per pochi chilometri, sosta notturna nella sottostante sebkha che non è altro che la laguna di Nouadhibou, infatti in lontananza scorgiamo il mare.
Venerdì 22. L’alba è magnifica sulla laguna, la notte è stata fredda e umida,
proseguiamo sulla pista molto scorrevole, il sole si fa sentire e a mezzodì
la temperatura si aggira sui 35°; lungo la ferrovia numerosi micro villaggi,
ci fermeremo verso sera in prossimità di alcune magnifiche dune dopo aver percorso circa 220 km.
Sabato 23.Sveglia alle 6 c’è ancora buio, mega colazione altrimenti non carburiamo e via, la pista è agevole, si snoda tra le basse dune, si guida in scioltezza ed è proprio per questo motivo che becco un pietrone seminascosto dalla sabbia che disintegra il pneumatico posteriore destro. Un poco di spavento, vista la velocità a cui stavamo viaggiando, sostituiamo la gomma e ripartiamo, la pista corre parallela alla ferrovia, infatti ecco il convoglio che arriva da Zeruate, è lunghissimo, 130 vagoni carichi di minerale che producono un rumore talmente assordante che si ode molti minuti prima dell’effettivo passaggio.
Facciamo rifornimento di acqua in bottiglia, tutti i villaggetti lungo la ferrovia hanno almeno un paio di piccoli negozi in cui si può trovare praticamente di tutto, bambini dallo sguardo dolcissimo e indimenticabile ci circondano festanti, è difficile ripartire….
Dopo circa 400 km, sulla sinistra compaiono delle montagne coniche in basalto nero molto caratteristiche, la pista è sabbiosa e sempre ben visibile.
Ecco Choum, ma decidiamo di proseguire verso Atar, nessun problema di orientamento, la pista è visibilissima, dopo una sessantina di km deviamo decisamente ad est e ci inerpichiamo verso un ripido passo che ci porta a Teyaret , è ormai buio quando arriviamo sul colle e non ce la sentiamo di proseguire verso Azougui tra le facili dune. Proprio sulla sommità del passo c’è l’auberge Teyaret dove ohimè ci fermeremo per la notte, non c’è acqua non ci sono servizi, nulla di nulla, in compenso al mattino ci chiederanno una cifra spropositata che ci rifiuteremo di pagare per aver bevuto del tè e aver mangiato una similpasta cucinata da loro: è un luogo di sosta da evitare accuratamente!!!
Dom 24. Di fronte allo pseudocampeggio ci sono le tracce che portano ad Azougui, mi ci butto a capofitto, il percorso è facile e molto piacevole, si snoda in una valle formata da basse dune punteggiate da splendide acacie e in mezz’oretta siamo nella bella oasi, un tempo capitale degli Almoravidi e oggi piccolo villaggio nel mezzo di un palmeto che offre ancora esempi del passato splendore nelle mura e nella necropoli.
Nell’oasi volendo è possibile sostare in un grazioso e accogliente campeggio situato proprio alla fine della stessa. Ad Atar in mattinata stipuliamo presso una agenzia l’assicurazione obbligatoria per i veicoli per 20 giorni sborsiamo circa 25 euro, neanche tanto, facciamo rifornimento, rimpinguiamo la cambusa e alle 13 ripartiamo per Chinguetti attraverso il mitico passo di Amodjar.
Dopo alcuni facili chilometri su pista il percorso diventa spettacolare e con alcuni passaggi trialistici la pista si arrampica e diventa molto sconnessa e in alcuni punti siamo costretti a superare grossi massi in prima ridotta.
Alle 17,30 prima di raggiungere la sommità del passo facciamo una capatina a visitare ciò che rimane di Fort Saganne, sul passo la pista si congiunge con la strada sterrata che collega direttamente Atar a Chinguetti, alle 18 facciamo il nostro ingresso in una Chinguetti adagiata tra le dune, il sole sta tramontando e la luce morbida avvolge la città.




Lunedì 25. Passeggiamo pigramente per le viuzze insabbiate della cittadina, l'architettura di Chinguetti è simile a quella che si trova in tutto l'Adrar, nel Tagant e a Tichitt, le sfumature delle pietre da costruzione in grès ocra e rosa, in armonia con il paesaggio di montagne e di dune circostanti fanno di Chinguetti, nonostante le numerose rovine, un bell'esempio di architettura sahariana. Alle 13 partiamo per Ouadane, non senza aver prima visitato almeno una delle tante biblioteche dove sono conservati gli antichissimi testi che hanno reso famosa Chinguetti. L’itinerario scelto per Ouadane è sicuramente il più interessante tra quelli possibili, e prevede una piccola deviazione nell’oasi di Tanouchert.
All’uscita da Chinguetti prendiamo l’oued principale dopo aver sgonfiato i pneumatici, il percorso si svolge per la maggior parte su morbide dune molto suggestive punteggiate da acacie fatta eccezione per un breve tratto sassoso. Sosta notturna tra le dune anche se Tanouchert è poco lontana.
Martedi 26. Tanouchert appare all’improvviso tra le dune in uno scenario affascinante e ovattato, qui è possibile pernottare in zeribe o in tende anzi direi che è vivamente consigliabile, il luogo è magico, passeggiamo tra le abitazioni e le tende adagiate mollemente tra la sabbia. Dopo esserci riempiti gli occhi di tanta bellezza ripartiamo alla volta di Ouadane dove arriveremo nel primo pomeriggio.
Ouadane, secondo un'etimologia popolare, significa "confluenza di due fiumi", oppure "il doppio fiume delle scienze e dei datteri". La tradizione riferisce che un tempo, in caso di attacco nemico, si batteva il grande tbol dei Kunta sulla piazza antistante la moschea. Allora la gente abbandonava in fretta i palmeti e si riuniva nella grande piazza con i bambini e gli animali, fino a quando il nemico non fosse stato respinto.
Situata strategicamente al crocevia di varie correnti commerciali transahariane - salgemma verso il Sahel sudanese, prodotti marocchini verso Oualata e Tichitt, oro, avorio, schiavi e pelli del Sudan verso il Maghreb - Ouadane divenne dal XIV al XVIII secolo uno dei centri economici più attivi del Sahara. Le condizioni di vita della città, oggi quasi deserta, sono le stesse di 5 secoli fa, per cui visitandola si ha l'impressione di essere trasportati fuori dal tempo, tutto pare così lontano dalla nostra civiltà dei consumi. Il mistero delle stradine strette e silenziose, la bellezza dei bambini, l'accoglienza calorosa degli abitanti ne aumentano il fascino.

Dopo aver visitato la cittadina facciamo una corsa sulle dune per andare a vedere Guelb El Richat, cratere di 38 Km di diametro al cui interno gli strati geologici appaiono come anelli concentrici e digradanti. Troveremo il passaggio per scendere all’interno del cratere la cui origine è legata a potenti movimenti tettonici verificatisi all’inizio della storia del nostro pianeta.
Il percorso per arrivarci si svolge totalmente sulle dune, circa 30 chilometri di sabbia molto soffice per cui è d’obbligo sgonfiare i pneumatici all’uscita da Ouadane.
Mercoledì 27. Partiamo da Ouadane alle 7, prendiamo la veloce pista del plateau che porta a Chinguetti e quindi ad Atar dove arriviamo alle 10. Rifornimenti vari, risaliamo nuovamente il passo di Ebnou (asfalto) e a circa 30 km da Atar prendiamo la pista che ci porterà a Tidijkja.
La pista inizialmente è scorrevole e ben tracciata, entra in uno oued, lo attraversa e si inerpica su alcune basse dune ripide con sabbia molto soffice, le superiamo senza grandi difficoltà, tende di nomadi sono ovunque.
La pista da qui in poi diventa molto lenta ed estremamente sassosa, non riusciamo a superare i 30 km ora . Dalle 12,30 alle 18 abbiamo percorso circa 90 km, il luogo in cui sostiamo questa sera è decisamente magico, piccole dune color ocra, qui e là alcuni alberelli d’acacia, la luna illumina il paesaggio, la compagnia è buona, cosa desiderare di più?
Giovedì 28. Per errore questa mattina siamo scesi dal plateau, abbiamo deciso di continuare comunque pensando di rientrare poi sulla rotta prestabilita, ma pagheremo per questa scelta un caro prezzo in termini di tempo, vaghiamo tutta la mattinata prima in un oued dalla bellezza selvaggia, quindi in una pietraia terribile che ci fa perdere la mattinata nel tentativo di attraversarla. Si dice che tutto il male non viene per nuocere, e infatti verso le 12 ritroviamo la nostra rotta principale e con essa una carovana di pastori nomadi che si sta spostando con la famiglia, i dromedari e le capre, i bambini sono sugli asini in ceste di paglia insieme ai capretti appena nati. L’incontro è emozionante, stanno andando ad Atar per vendere le capre, facciamo loro dono di abiti e calzature e li guardiamo mentre si allontanano salutandoci, un groppo ci sale in gola: questo rimarrà l’incontro piu emozionante in assoluto dell’intero viaggio.




Continuiamo, la pista si arrampica tra le pietre del passo di Lebchir con una pendenza non indifferente, superata la quale il percorso diventa un poco piu agevole con qualche delicato passaggio su pietraia, alla nostra destra un magnifico oceano di dune si perde all’infinito, sono le dune dell’Irmechat, qualche passaggio delicato su sabbia molto molle, e verso le 20 arriviamo ad Ain Ec Cefra dove sostiamo in un campeggino .
Venerdi 29 Ott. Mentre ci riparano un paio di pneumatici squarciati i giorni precedenti dalle pietre aguzze, andiamo a visitare la scuola del villaggio accompagnati dal direttore, le aule sono senza banchi fatta esclusione per quello dell’insegnante, alle pareti disegni degli scolari, l’animale più rappresentato manco a dirlo è il dromedario, lasciamo delle penne e un’offerta che speriamo possa servire ad acquistare qualche arredo.
Si riparte, fatichiamo non poco a trovare l’imbocco della pista che qui scende dall’altipiano, il paesaggio è superbo, dune si rincorrono senza fine, arriviamo a Taoujafet. L’entrata all’oasi è difficoltosa, grosse pietre ostacolano il passaggio ma ne valeva la pena, l’oasi è raccolta in una guelta bellissima chiusa da un’alta parete verticale di arenaria rossa, per continuare il tragitto bisogna risalire una duna di sabbia cedevole, fatichiamo un poco, la pendenza e la lunghezza sono notevoli ma alla fine anche questa sfida è vinta.
Entriamo nell’oued Rachid, la pista scorrevolissima procede velocemente nel letto di quello che una volta fu un fiume, il paesaggio è strabiliante, l’oued è delimitato da palme e acacie, tende di nomadi sono ovunque, bambini e donne ci corrono incontro. Arriviamo a Rachid alle 18, sostiamo di fronte alle rovine della vecchia città arrampicata sulla roccia, le sue case cadenti sono uno spettacolo grandioso, il centro abitato fu costruito nel 1723 dalla tribù dei Kounta, le rovine sono collocate su una collina che domina l’oued e si confondono con il paesaggio.Trascorriamo la notte in un minuscolo campeggio all’inizio dell’oasi, dormiremo poco, il comitato d’accoglienza organizzato dai ragazzini di Rachid non ci farà chiudere occhio per tutta la notte con i loro schiamazzi.
Sabato 30 Ott. Oggi è il quindicesimo giorno di viaggio, la pista è agevole, in un paio di ore circa siamo a Tidjikia la capitale della regione del Tagant, qui c’è una delle oasi più estese del paese, essendo situata su una rotta carovaniera diventò un centro commerciale e religioso molto rinomato. A Tidjikja è possibile sostare e rifornirsi di acqua e gasolio.
Dopo il rifornimento infatti ripartiamo immediatamente verso Tichit che secondo i nostri calcoli dista circa 240 km. L’imbocco della pista ci fa penare non poco, secondo la rotta prestabilita dovremmo viaggiare verso est e invece la pista che abbiamo preso ci porta verso sud senza la possibilità di deviare, così dopo una quarantina di chilometri giungiamo nei pressi di un vecchio aeroporto abbandonato e navighiamo fuori pista finchè non rientriamo sulla rotta prestabilita al wpt 153. Facciamo campo stanchi ma contenti per aver ritrovato l’itinerario perduto, il tracciato è visibilissimo, oggi abbiamo percorso circa 110 km.
Domenica 31 Ott. All’alba si parte in direzione di Tichit, la pista a parte qualche passaggio trialistico tra le pietre per scendere dall’altipiano è abbastanza scorrevole,verso le 10 arriviamo a El Khcheb, gli alberi di acacia sono totalmente ricoperti dalle cavallette che stanno letteralmente divorandone le foglie, è uno spettacolo impressionante vederne alcuni totalmente spogli.
Ore 14: raggiungiamo i pozzi di Zig, situati alla base delle dune, che alle spalle hanno delle formazioni rocciose, scendiamo e facciamo sosta all’ombra di alcuni massi in prossimità dei pozzi che sono permanenti in cemento, molto profondi a giudicare dal tempo che impiega il sasso che ho lasciato cadere sul fondo.
Alle 17,30 eccoci in prossimità delle tanto temute dune che sbarrano l’accesso a Tichit, sembrano toste da superare, sgonfiamo di brutto i pneumatici e attacchiamo il primo cordone e con nostro sommo stupore ci rendiamo conto che in meno di cinque minuti siamo dall’altra parte, eppure avevamo letto che sarebbero state un osso duro, mah, meglio così!!!
Tichit ci appare su una collina, bellissima, possiede una delle più belle architetture del Tagant con le sue case in pietra a secco ornate con motivi geometrici, gli abitanti vivono grazie al sale estratto dalla sebkha vicina.
Non c’è alcuna possibilità di sostare a Tichit, niente alberghi e niente campeggi a parte uno in costruzione senza acqua e senza servizi, e neppure rifornimento di gasolio.Da visitare assolutamente l’antica moschea, ci accampiamo nell’oasi, al tramonto si alza un vento, il terribile Baten carico di sabbia e sale, talmente intenso che non non ci farà chiudere occhio per tutta la notte, poi scopriremo leggendo la guida che questo vento è purtroppo una caratteristica del luogo.
Lunedì 1 Nov. Partiamo da Tichit non senza aver prima visitato la scuola coranica con annessa biblioteca, custodita da un vecchio cieco centenario che porta tutta la storia del luogo scritta sul viso solcato da mille rughe. La pista per una trentina di chilometri si srotola su un piattone di sabbia compatta che permette velocità elevate. Dal nulla spunta un uomo sul dromedario seguito da tre splendide donne a piedi, da dove vengono e dove vanno? Rimarrà un mistero insoluto!
In fondo al piattone un piccolo passo tra la sabbia molle ci crea qualche apprensione che risulterà peraltro ingiustificata e ci permette di superare il contrafforte montuoso di Er Rhimiya che ci mette in comunicazione con un paesaggio straordinario. Aratane con i suoi pozzi appare abbastanza desolata, mi aspettavo di meglio, abbiamo percorso circa 130 km da stamattina, la traccia ora si fa difficile, si perde e zigzaghiamo tra i massi alla sua ricerca, poi dune con sabbia poco consistente. Facciamo campo a Es Sba in una zona bellissima di formazioni rocciose scolpite dal vento, una delle quali ricorda un elefante con le sue grosse zampe rugose.

Martedì 2 Nov. Partiamo alle 7.30, il percorso si fa duro, dune e ciuffi d’erba ci costringono a deviare continuamente, questa dovrebbe essere la zona delle temibili akles, che sinceramente supero quasi senza accorgemene, in realtà siamo fortunati perchè stiamo seguendo una traccia flebile lasciata da un mezzo transitato ieri, che ci aiuta molto a districarci in questo tratto ostico, con terreno vergine credo sia veramente tosto!!!
Dopo le dune, le pietre ci costringono a medie ciclistiche, insomma sono 100 km tosti tosti,
poi il percorso ridiventa scorrevole ed è qui che vediamo due magnifiche gazzelle sfrecciare davanti al muso delle auto, che emozione!!! Mi tornano alla mente i Nemadi e le storie che ho letto su di loro. Si narra che i Nemadi, tribù nomade del Tagant si spostino su grandi aree alla ricerca di gazzelle che cacciano nelle ore più calde della giornata: quando la preda è in vista il cacciatore lancia i suoi cani che la isolano e la immobilizzano. Questa tribù considera i cani, animali che in tutto il mondo arabo-islamico sono indicati come impuri e indesiderati, come loro insostituibili compagni, al punto che un solo esemplare può rappresentare il valore di numerosi cammelli e costituire l’essenziale della dote matrimoniale. Anche la famiglia più povera deve offrire alla sposa almeno due cani.
Alle 17 sosta tra le dune, siamo stanchi, il percorso di oggi è stato molto duro, in caso di guasto meccanico qui sarebbe estremamente difficile riportare a casa il mezzo, meglio non pensarci.
Mercoledì 3 Nov. L’alba di un nuovo giorno ci appare in tutta la sua selvaggia bellezza, Oualata ci aspetta, chissà se manterrà le aspettative che mi sono creato quando a casa pianificavo il viaggio. La pista oggi è meno terribile, fatta eccezione per un paio di passetti su pietraia seguiti da discesone su sabbia, serpeggiamo tra facili barcane, la traccia lasciata da un veicolo trasintato in precedenza ci è d’aiuto, superiamo una carovana di dromedari carichi di sale provenienti da Tichit e diretti a Oualata, i tre cammellieri ci corrono incontro per chiederci farmaci e indumenti, hanno gli occhi arrossati e febbricitanti, credo siano affetti da malaria.



Continuiamo la nostra cavalcata in un magico paesaggio di basse dune dorate impreziosite da acacie e d’un tratto un nomade appiedato appare tra le dune trascinandosi dietro quattro dromedari, sul primo ciò che ha di più prezioso, la sua compagna e il suo bimbo, lei è bellissima, con un sorriso ed uno sguardo ammalianti, troneggia su un letto che funge da portantina saldamente fissato in groppa all’animale; sugli altri dromedari trasportano tutto ciò che possiedono, la tenda, le provviste, l’acqua.
L’uomo fa fermare e inginocchiare il dromedario e con la sua famiglia viene verso di noi: mi sento improvvisamente inadeguato e fuori luogo, l’incontro è emozionante, ho i brividi mentre li vedo ripartire e rimpicciolire.
Siamo ormai a una trentina di chilomerti da Oualata stiamo percorrendo una vallata verdissima ricca di acqua, ci sono una serie di pozzi e qui assistiamo all’abbeverata di centinaia di cammelli che tuffano avidi il loro muso in un grande otre di pelle che i pastori riempiono con l’acqua del pozzo. Un uomo in sella a un dromedario, che sembra uscito da una scena biblica, trascina una fune alla cui estremità è legato un otre in pelle che calato nel pozzo si riempie d’acqua, e quando il dromedario, sotto le incitazioni del cavaliere si sposta, l’otre sale grondante e alcuni ragazzini velocissimi lo svuotano nell’abbeveratoio dove i dromedari tuffano avidamente il muso.



Ore 13 Oualata. Finalmente eccola!… al primo sguardo mi è difficile pensare che questo agglomerato di case possa essere stato un tempo il capolinea della pista carovaniera transahariana, luogo di interscambio commerciale tra il Sudan e la città marocchina di Sigilmassa. Dal nord arrivavano tappeti, oggetti di rame, datteri, cereali, tessuti, salgemma e libri e dal Sud le carovane risalivano con oro, avorio, spezie e schiavi. Secondo i cronisti dell’epoca, sul mercato di Oualata gli schiavi valevano il proprio peso in sale. Intorno al Mille Oualata era diventata la capitale sahariana del libro. I manoscritti arabi giungevano con le carovane da tutto il Maghreb e l’Egitto e avevano dato luogo a un’intensa attività culturale, in seguito per tutto il medioevo Oualata rimase la città simbolo della civiltà del deserto. La fama di Oualata arrivata fino ai nostri giorni è dovuta anche alla particolarità con la quale sono dipinte le case. Le abitazioni sono decorate, sia all’interno sia all’esterno, con una tecnica tradizionale, praticata solo dalle donne, che dipingono



direttamente con le le dita, intingendole in terre colorate. La pittura è preparata triturando dell’ocra scura, cui viene aggiunto del carbone vegetale, della gomma e dello sterco di vacca e il tutto stemperato in acqua fino a costituire una spessa poltiglia che sarà poi utilizzata per il decoro. Il risultato cromatico è notevole e passeggiare tra i vicoli della città è veramente un’esperienza visiva straordinaria. In passato Oualata era famosa anche per la bellezza delle sue donne, che è indubbiamente rimasta immutata: vederle passeggiare con grazia al tramonto nei vicoli dorati di sabbia, agghindate nei loro coloratissimi abiti, è uno spettacolo affascinante.



Giovedì 4 Nov. Dura la vita del viaggiatore…ripartiamo non senza aver prima ammirato gli interni ricchi di colore di alcune abitazioni e il museo curato da una fondazione spagnola che ha raccolto ed esposto molti oggetti e suppellettili, donati alla cittadinanza di Oualata; visitiamo pure un originale auberge, lo” Ksar Oualata”, situato nella parte alta della cittadina, ricavato da una vecchia abitazione decorata con i colori tradizionali, è senza dubbio la miglior sistemazione che si può trovare in Oualata.
Partiamo e raggiungiamo Nema in un soffio, sono 100 km percorsi in scioltezza su una pista liscia e veloce, qui troviamo l’asfalto della Route dell’Espoir che in 1100 km ci porta dritti dritti alla capitale Nuakchott.
La strada è scorrevole, non è assolutamente monotona, stiamo costeggiando il confine del Mali, capanne isolate e villaggetti ormai tipicamente africani si susseguono ai bordi della strada adagiati in armonia tra le morbide dune, ci sono i fuochi accesi, le donne stanno preparando la cena. Dopo 150 km circa arriviamo ad Ayoun El Atrous, all’ingresso della città c’è un ottimo campeggio e ne approfittiamo per una sosta salutare.

Venerdì 5 Nov. Giornata storta, al mattino mi ritrovo ancora prima della partenza con uno pneumatico ko, a Riccardo ne esplode un altro in rettilineo fortunatamente senza conseguenze, siamo costretti a zigzagare e a frenare spesso, l’asfalto è interrotto da profonde buche, la media si abbassa notevolmente, la nostra meta serale è Nouakchott ma putroppo non ce la faremo a raggiungerla. E’ sera inoltrata quando entriamo in Aleg, purtroppo non riusciamo a trovare nulla per dormire, proseguiamo guidando sulla pericolosa e dissestata strada schivando oltre le buche numerosissimi asini capre e gerbilli per una trentina di chilometri finchè troviamo un piccolo campeggio vicino al lac d’Aleg dove passeremo la notte.
Sabato 6 Nov. Rieccoci in marcia, la strada è migliorata sensibilmente, il paesaggio ai lati è sempre splendido, dune acacie e ginestre ci accompagnano, molti piccoli villaggi in stile africano contribuiscono a rendere piu interessante il viaggio, pochi chilometri più a sud scorre il fiume Senegal, la tentazione di sterzare a sinistra è troppo forte ma ahimè il tempo è tiranno e ci costringe a continuare l’itinerario prefissato.
Boutlimit è un grande villaggio molto animato, c’è pure un bellissimo campeggio, e…nebbia!!! Incredibile, sembra di essere in Val Padana, invece l’oceano è a 260 chilometri, ecco perché qui la vegetazione è così rigogliosa.
Sono le 13 quando finalmente entriamo in Nouakchott, c’è molto traffico e abbiamo qualche difficoltà nel trovare la strada che porta al campeggio sull’oceano, ma ci trarrà d’impaccio un simpatico filibustiere locale che ci guiderà poi anche al Grand Marché dove regnano sovrani il caos e i colori e dove ci perderemo per un paio d’ore con molto gusto.
A sud del campeggio si trovano le barche variopinte tirate in secca sulla spiaggia, è uno colpo d’occhio fantastico, alcuni pescatori, neri, riparano le reti, altri chiacchierano, donne avvolte in abiti sgargianti sedute sulla sabbia attendono per acquistare il pesce, è un mondo colorato e affascinante dove perdersi per ore è estremamente piacevole.
Domenica 7 Novembre. Sono le 8 e facciamo il nostro ingresso trionfale sulla spiaggia insabbiandoci come polli, scopriamo con disappunto che le notizie sulle maree attinte al campeggio sono totalmente inesatte, infatti il mare si ritira verso le 10 di mattina e non alle 8 come ci era stato detto, siamo quindi costretti a fermarci per un paio d’ore in attesa di poter proseguire.
Nouadhibou dista circa 550 km da Nouakchott , il percorso sulla spiaggia è affascinante, è la terza volta che lo percorro ma è talmente avvincente da lasciarmi ogni volta incantato. Il tratto fino a Nouamghar (170 km) è sicuramente il più spettacolare nonché delicato, si procede sulla battigia con le ruote a contatto con l’acqua, il pericolo è dato dall’inconsistenza della sabbia e va affrontato con il veicolo assolutamente in ordine,
fermarsi in questo tratto per un guasto meccanico equivarrebbe a dover abbandonare il veicolo al rimontare della marea.
Stormi di gabbiani si alzano in volo al nostro passaggio, a destra si susseguono le dune e a sinistra c’è l’oceano, spesso uno spruzzo d’acqua investe l’auto e per un attimo non vedo piu nulla, ogni tanto qualche abitazione di pescatori Imraguen ci ricorda che questo luogo apparentemente inospitale per l’uomo è invece abitato. Lo straordinario percorso sulla battigia termina a Nouamghar, qui è d’obbligo pagare una tassa per accedere al Parc National Du Banc D’Arguin .
Ci dirigiamo verso Iouik, piccolo villaggio Imraguen di fronte all’isola di Tidra, ma grande è la delusione nello constatare che il campeggio non esiste più, proseguiamo allora verso nord e dopo una decina di chilometri facciamo sosta a Ten Alloul, questa è la nostra ultima notte in Mauritania, ceneremo con dell’ottimo pesce cucinato al cartoccio, e all’indomani proseguiremo il viaggio verso Nouadhibou e arriveremo in frontiera nel primo pomeriggio.
Il mio terzo viaggio in Mauritania è terminato, e una volta rientrato so già che inizierò a sognare il quarto: perché questo deserto che deserto non è, attraversato da nomadi, animali, colori, apparizioni, è un luogo dell’anima: sempre errante, sempre solitaria, sempre in cerca di incontro.
ilviaggiatoredelledune
Mauritania , in the desert that isn’t desert…
text by PIETRO VIVENZI
photos by PIETRO VIVENZI and SERGIO BETTINI
- Itinerary from 15th October 2004 to 16th November 2004, leaving from Brescia and coming back to
Brescia .
Participants:
- Pietro Vivenzi and Carla Caprini - Def 90 Td5 -
- Riccardo De Silva and Sara Cainero -Toyota HZJ75 -
- Sergio Barilli and Sergio Bettini - Def 110 -
- Silvano Cozzi Toyota HILUX
- Days spent in
Mauritania : 18, from 22nd October to 8th November
- Kilometers covered in total: 11,000 (4500 km in
Mauritania )
Bibliography:
- Cyril Ribas & Silvie Beallet,
LA MAURITANIE AU GPS
- Attilio Gaudio, MAURITANIA, Polaris 2002 -
- Nelson Z., Lorenza S., Cristianol R., Felice D., MAURITANIA THE ANTIQUE CAROVAN CITIES AND THEIR LIBRARIES (the report about this travel can be consulted on the Internet, we have used the traces adapting them to our journey, I seize the opportunity to thank the authors).
A hug to Michela who has accompanied me during this amazing and extraordinary journey.
THE JOURNEY
- Sat 16th October GENOA-BARCELONA
- Sun 17th BARCELONA-TARIFA
- Mon 18th TARIFA-TANGERI-MARRAKECH
- Tuesday, 19th MARRAKECH-TAN TAN plage, to spend the night, alternately, after about 90 km and a little before Akhfenir village, the very good camping site called “
la Courbine d’Argent” www.lacourbinedargent.com
- Saturday, 23th We get up at 6 o’clock and it is still dark. We have a huge breakfast to carburize and we continue our journey. The track is smooth, among the low dunes, we can drive easily and it is really for this reason that I hurt a big stone hidden under the sand: it destroys the right posterior pneumatic. We are a little scared also because of our fast going. We change the pneumatic and we leave again. The track is parallel to the railway line, in fact here you are the train arriving from Zeruate: it is really very long, 130 wagons full of minerals. They are very noisy: you can hear them some minutes before you see the train.
- We have bottle water supply, all the small villages near tha railway line have at least a pair of small shops where you can find almost everything. Happy children with an unforgottable sweet glance sorround us, and it is very difficult to leave this place and start our journey again…
- After about 400 km, on our left we can see black conic basaltic mountains that are really very typical of this area. The track is sandy and always very visible. Here you are Choum, but we decide to go on to Atar, there isn’t any orientation problem, the track is very visible and after about 60 km we go on easthern and we proceed along a steep way that climbs up to Teyaret. It is already dark when we arrive on the hill and we can’t go on to Azougui among easy dunes. Exactly on the top of the pass there is the Teyaret auberge where…alas…we decide to stop for the night. There aren’t toilets and there is no water, there is nothing, really nothing, and in the morning we are asked to pay an enourmous price, that we refuse to pay, only for some tea and a pseudo-pasta cooked by them: this is a place to avoid carefully!!!
- Sunday, 24th October. Opposite the pseudocamping site there are the tracks that lead to Azougui. I rush headlong into them. The path is easy and very pleasant and it winds along a valley made up of low dunes dotted by splendid acaciae and after 30 minutes we get the nice oasis that once upon a time was the capital of Almoravids and today it is a small village in the middle of a palm-grove that is still showing some examples of the past beauty in its walls and necropolis. In the oasis you can stay in a nice and tidy camp site located at the end of the oasis itself.
The following morning in a travel agency in Atar we stipulate the compulsory insurance for our vehicles. For 20 days we pay about 25,00€ (a reasonable amount). We fill up the tank, we fatten up the storeroom and at 1 p.m. we leave for Chinguetti through Amodjar mythical Pass. After some easy kilometers on the track the path becomes impressive and climbs up with some trial crossings. It becomes very disconnected and in certain points we must overcome some very big rocks at reduced first gea
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At 5,30 p.m. before getting the top of the pass we drop in to visit what remains of Saganne Fort. On the pass the track connects with a path linking directly Atar and Chinguetti. At 6 p.m. we arrive at Chinguetti that lies down the dunes. The sun is setting and a soft light wraps the city.
- Monday, 25th. We lazily walk along the sandy streets of the city. Chinguetti architecture is similar to the one you can see in all Adrar, in the Tagant and in Tichitt. The nuances of the stoneware ochre and pink building stones, in armony with the montanous landscape and the dunes around, make Chinguetti a good example of Saharian architecture, despite its numerous ruins. At 1 o’clock we leave for Ouadane, after visiting one of the many libraries where the very antique texts that made Chinguetti famous are kept. The itinerary we have chosen towards Ouadane is certainly the most interesting among the possible ones and it allows a short deviation to Tanouchert oasis.
- Leaving Chinguetti, after deflating tyres, we take the main oued. The route developes through picturesque soft sand dunes covered by lots of acaciae, except for a short stony tract. Night stopover among the dunes, even if Tanouchert is quite near.
- Tuesday, 26th. Suddenly Tanouchert appears among the dunes in a fascinating and hushed scenary, here it is possible to spend the night in tents, and I have to say that it is really advisable as the place is magic and we walk through the houses and the tents, softly laid on the sand. After filling our eyes with such beauty, we contunue our journey towards Ouadane, where we are arriving in the first afternoon.
- According to a popular etymology, Ouadane means “meeting of two rivers” or “the double river of science and dates”. Tradition says that once upon a time, in case of an enemy assault, the big tbol of Kunta was beaten on the sqare in front of the mosque. So, people immediately left the palm groves and met in the big square with children and animals till the enemy was fought back. Strategically located at the crossroad of different transaharian business- salt to Sudanese Sahel, Maroccan goods to Oulata and Tichitt, gold, ivory, slaves and leathers of Sudan to Maghreb- Oudane became one of the most active economic centres of
Sahara during XIV and XVIII centuries. The life condition of the city, that is nearly desert today, are the same of 5 centuries ago so that, when you visit it, it seems to you to be transported out of the time and everything seems to be so far away from our consumer society. The mistery of the narrow and silent streets, children’s beauty and dwellers’ warm welcome increase its charm. After visiting the small town, we have a run on the dunes to go to see Gelb El Richat, a 38 km diameter crater where geological layers appear as concentric and sloping rings. We find also the way to go down inside the crater whose origin is connected with strong tectonic movements happened at the beginning of the history in our planet.
- You can reach it on the dunes, as there are about 30 kms of very soft sand that lead there, so remember to deflate the tyres before going out of Ouadane.
- Wednesday, 27th. We leave Ouadane at 7 a.m. and we take the fast plateau track that leads to Chinguetti and then to Atar where we arrive at 10 a.m. We refuel and stock up, then we go again on the Ebnou pass (asphalt) and at about 30 kms from Atar we take the track towards Tidijkja.
- At the beginning the track is clear and smooth, it leads to an oued, crosses it and climbs up some low steep dunes covered with very soft sand. We overcome them without any diffiulty and we can see nomadic tents everywhere.
- From now on the track becomes very slow and tony and we can’t go faster than 30 kms/hr. From 12,30 pm to 6 pm we have run about 90 kms, and the place where we are spending the night is magic, full of small ochre-coloured dunes, here and there you can see some acaciae, the moon lights up the landscape, the company is pleasant. What should I desire more?
- Thursday, 28th. By mistake, this morning we have gone down the plateau. We decide to continue anyway and to join the fixed route: doing this entails a great wasting of time. We wander during all the morning in a beautiful savage oued and then on a terrible stony ground: we spend all morning trying to cross it. A proverb says that every cloud has a silver lining and, in fact, at about 12 pm we take the main route and we see a caravan of nomadic shepherds who are moving with their family, dromedaries and goats, and their children are on donkeys in straw baskets together with just-born-kids. The meeting is exciting, they are going to Atar to sell their goats and we give them our clothes and shoes as presents. We look at them while they are going away and they say goodbay to us: a lump comes up in our throat and this will be the most exciting meeting in the whole journey.